Da Copertino il prete «rock» con la passione per De André

dalla rivista IL MIO PAPA
4 Settembre 2016
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4 Settembre 2016

tratto dalla Gazzetta del Mezzogiorno

di FLAVIA SERRAVEZZA
LECCE – Chi canta bene prega due volte, diceva il filosofo Sant’Agostino. E il cantare, aggiungeva, è proprio di chi ama. Pregare e cantare sono due passioni che don Piero Nestola (foto), sacerdote della diocesi di Nardò-Gallipoli, coltiva sin da bambino. Gesù e Fabrizio De Andrè sono i suoi grandi amori. Nato a Copertino, don Piero ha 44 anni. Oggi è vicario episcopale per l’area sociale della sua diocesi e parroco nella chiesa di «San Gabriele» a Gallipoli2014-12-57998.jpg--

LECCE – Chi canta bene prega due volte, diceva il filosofo Sant’Agostino. E il cantare, aggiungeva, è proprio di chi ama. Pregare e cantare sono due passioni che don Piero Nestola, sacerdote della diocesi di Nardò-Gallipoli, coltiva sin da bambino. Gesù e Fabrizio De Andrè sono i suoi grandi amori. Nato a Copertino, don Piero ha 44 anni e si divide tra il pulpito e il palco. Oggi è vicario episcopale per l’area sociale della sua diocesi e parroco nella chiesa di «San Gabriele» a Gallipoli (è stato vice parroco della chiesa di «San Gerardo Maiella» a Copertino). Al contempo scrive, compone con la sua chitarra, canta e tiene spettacoli in tutta la Puglia, raggiungendo il successo nazionale con canzoni come Oltre la foresta (3° classificato a «Jubil Music 2008»); Come riflessi di cielo (4° classificato a «Jubil Music 2007») e Amico Gesù (1° classificato a «Holy Music International Festival 2008»). Ha ricevuto vari premi e riconoscimenti come autore di genere religioso, compone per enti nazionali inni e canzoni, dirige spettacoli teatrali e musicali. Nei suoi concerti la musica si fa passione, armonia, comunicazione di valore della vita e della fede. La sua riservatezza e la voce limpida conquistano chi l’ascolta, ma a colpire è soprattutto il messaggio delle sue composizioni.

Don Piero, il suo è un percorso di vita molto particolare, è al tempo stesso sacerdote e musicista-compositore, quale delle due scelte è venuta prima e cosa le ha mosse?

«Anzitutto mi piace precisare che sia il sacerdozio quanto la sensibilità musicale sono dei doni che mi ritrovo. L’uno trova espressione nell’altro. La passione per la musica e il teatro mi appartengono fin dall’infanzia. Il sacerdozio ministeriale è un dono che via via si è sempre più delineato e rafforzato dentro di me. E proprio l’esperienza sacerdotale mi ha spinto e incoraggiato a vivere la passione musicale come un servizio pastorale».

Quando si è avvicinato alla musica per la prima volta?

«Da ragazzino ascoltavo tanta musica cantautorale. Nell’esperienza dei gruppi giovanili, spesso ci si incontrava con una chitarra e tanta voglia di cantare. Al tempo non sapevo suonare nulla e mi affidavo alle scelte musicali degli amici chitarristi. Ma quando chiedevo di cantare canzoni come “Rimmel”, “La guerra di Piero” o “Auschwitz” ricevevo sempre un simpatico rifiuto. Scherzando dicevo che volevo imparare a suonare la chitarra per cantarmi le canzoni che mi piacciono. E così è stato».

Ha scritto musica liturgica, per il teatro, colonne sonore, inni e, non da ultimo, con “Luce tra nuvole in fuga” ha riletto in maniera personale “La Buona Novella” di Fabrizio De Andrè, album capolavoro tratto dalla lettura di alcuni vangeli apocrifi. Che significato ha voluto dargli?

«De Andrè è, senza dubbio, un grande della musica d’autore italiana. I suoi testi sono densamente carichi di senso e, per certi aspetti, profetici ed attuali. Non è possibile “delimitare” e giudicare il lavoro di un artista solo con dei paletti storico-culturali. “Luce fra nuvole in fuga” è una riflessione artistico-musicale che nasce con una precisa volontà: offrire agli ascoltatori la possibilità di ascoltare un messaggio la cui verità non dipende dalla storicità della sua fonte letteraria. Ho voluto rileggere “La Buona Novella” di De Andrè sganciandola dai vangeli apocrifi. La verità dell’esperienza del dolore di una madre non dipende dalla sua fonte letteraria. La verità di donne che piangono la morte dei propri figli non dipende dalla caratura morale degli stessi narrata dalla storia. La verità di un Dio che sintetizza tutta la legge nell’unico comandamento dell’amore, è a prescindere dalla credibilità storica di chi l’annuncia. De Andrè ha avuto il merito di cantare il “non-scritto” ed io questo l’ho voluto cantare ad alta voce».

Dopo “Che Bello vivere” sul messaggio di don Tonino Bello e “Figlio dell’uomo”, in agosto ha presentato “Viaggio nella vita”. Come nasce quest’opera?

«È una narrazione musicale alla ricerca del senso della vita. L’idea nasce da un “viaggio” piccolo, breve, ma carico di riflessioni. Il viaggio è il percorso che ogni sera segno con la mia auto quando, chiusa la parrocchia, torno a casa. Una distanza che copre poco meno di 27 chilometri, Gallipoli-Copertino, ma che sembra tracciare il tempo di una vita. Si parte, si nasce e ci si orienta subito verso un “dove”: conoscerlo è fondamentale per non rischiare di girare a vuoto. Quel “dove” è il senso stesso, il significato del viaggio, il motivo che basta, da solo, a spiegare il perché dell’andare. E poi c’è la strada: salite, discese, curve, rettilinei. Metafore che raccontano le più o meno difficoltà incontrate. E ci sono anche le indicazioni stradali: “guide” che ricordano l’itinerario corretto».

Chi l’accompagna dal vivo?

«Posso contare su tante persone che, gratuitamente, condividono con me il desiderio di annunciare i valori della vita e della fede, alla gente di oggi, con i mezzi di oggi. Ci sono i giovani coristi di “Agorà” che, in alcuni spettacoli, portano la loro testimonianza di vita. Il narratore dei racconti: don Pasquale Fabbiano. I cinque musicisti che, nei concerti live, esaltano le parole cantate. E i silenziosi e insostituibili organizzatori della cooperativa sociale onlus Bethel».

Facciamo un passo indietro. Ci parla della sua infanzia?

«Il dono più grande che ho ricevuto dalla vita è la mia famiglia. Ultimo di cinque figli con dei genitori straordinari. Nel clima della dignitosa modestia, della edificante fede e dei fruttuosi sacrifici, ho potuto individuare i pilastri su cui poggiare le fondamenta della vita mia. La preghiera, l’umiltà, lo studio, il lavoro, il rispetto, la generosità, l’altruismo, la cordialità, la sincerità».

Perché desiderava diventare sacerdote?

«Perché lo desiderava Dio prima di me. La mia “chiamata” è maturata in una fase della vita “adulta”. Non ho seguito l’iter naturale del cammino vocazionale. Sono entrato in seminario dopo aver conseguito il diploma di Ragioniere programmatore e Perito aziendale. Mi ero iscritto anche alla Facoltà di Ingegneria Informatica. Fu durante un momento di preghiera, organizzato in parrocchia per i giovani, che pensai che avrei dovuto allargare le prospettive di realizzazione della mia vita. Avevo 20 anni ed iniziò il primo momento di discernimento che mi portò poi, a 22 anni, ad abbandonare gli studi universitari per entrare nel Seminario di Molfetta».

Torniamo alla musica. Ci saranno sviluppi discografici delle sue composizioni?

«Proprio in questi giorni sto lavorando su una nuova riflessione artistico-musicale che debutterà il 18 dicembre a Grumo Appula: “PeriferiCentrico”. Uno spettacolo che aiuta a riflettere sull’invito che Papa Francesco rivolge alla Chiesa di essere “in uscita” per andare verso le “periferie esistenziali” e farle diventare “centro” dell’azione. In questi giorni sono a lavoro nello studio di registrazione di Alex Zuccaro, a Nardò, per completare le canzoni che saranno inserite nel prossimo cd che, mi auguro possa uscire in primavera».

Cosa pensa del successo di suor Cristina o del frate cantante di Assisi?

«È bello sentirsi tutti operai nella vigna del Signore. Con il loro talento vocale, riescono ad attirare l’attenzione del grande pubblico. Non credo però che il loro desiderio sia il successo, quanto inaugurare la logica di un dono condiviso. E in questo senso anch’io mi auguro di poter giungere il maggior numero di persone possibile».

Che rapporto ha con glispettatori?

«Cerco sempre un rapporto diretto, quasi face to face. Sul palco vivo fortemente la missione di poter condividere con loro la “Verità” che io ho incontrato».

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